Monday, April 30, 2007

I matti e la sibilla

Abbiamo corso tutto questo tempo. E adesso che è maggio?
Io non ho neppure finito di smantellare l’albero di natale, e mi ritrovo a guardare i costumi da bagno nelle vetrine! Quest’anno devo rinunciare allo slippino… meglio un “zavaglio” fino alle caviglie, che intanto magari dreni la panza.. altrimenti chiamata: curva del benessere.
Si vede che a sto giro sono stato benissimo, allora! Eppure mi sembrava che qualche temporale psicotico avesse raggiunto il mio tetto. Non so, la primavera mi distrae.
Dunque dicevo: è maggio, e io ho decisamente bisogno di prendere un filo di sole. Mi sono sempre sentito un po’ Clara, regina indiscussa della casa degli spiriti allendiana; ovvero verde muschio e nel contempo trasparente traslucida! Quest’inverno però sono entrato troppo nel mood. Sarei perfetto per fare il cadavere macilento per una puntata di C.S.I.
Ehhhhh, la fatica del duro lavoro, penserà qualcuno. Tutti gli altri rideranno di cuore.
Però il matto non va mai da solo, ma sempre in compagnia di altri matti. E io coi matti ogni tanto ci ceno, perfino. E la mia sister cornflake matte, è la più matta di tutte! Cucina cose matte anche!
Insomma, io già matto, con altre matte, in una cena matta… eravamo una allegra brigata! E mi si è chiesto perché non scrivessi una sceneggiatura. Perché non avessi mai pensato di dar voce a ciò che ci riguarda tutti. L’impossibilità di essere capiti nell’amore. L’incredibile sforzo spremuto per raggiungere un comune codice di espressione. Dire una cosa come: amore mio, quel che provo per te lo capisco benissimo e mò te lo spiego!
Sarà che è il mio grande cruccio… sarà che sudo sette camicie. Sarà che riderci su sarebbe pure un bel modo per ironizzare. Così mi sono messo al lavoro. All’inizio ero un pelo dubbioso sull’impresa! Poi, come spesso succede, superato l’imbarazzo della pagina bianca… eccomi lì, eccoci lì. E ci eravamo tutti sapete?
Oh no! Non sottraetevi! Non pensiate che la cosa non vi riguardi!
Sono andato in tangenziale, e ho rigato una scritta di qualche anno fa, poggiata su un cartello per uno svincolo! La scritta era: “ Dio c’è?”. Era una domanda! L’ho sostituita con un’altra domanda. Ancora più incerta, ancora più sibillina:
“ e l’amore cos’è?”
Sembra una canzone dei Ricchi e Poveri… come dicevo: la primavera mi distrae!

Saturday, April 14, 2007

07. you learn. mp3


Ho un’immagine di me, vecchia di dodici, tredici anni. L’aria del mediterraneo era il mio cielo. E le strade che camminavo, erano strette e umide di sera. Sempre in sella al mio motorino rosso, sbeffeggiavo le raccomandazioni materne, e non mettevo mai il casco. E in più, da vero incosciente, avevo sempre le cuffiette del mio walkman alle orecchie. Erano i tempi in cui i cd erano non dico un lusso, ma quasi. Registravo dalla radio le mie canzoni preferite. E ogni mese avevo la mia top-ten. Ma un anno, per un intero inverno, fu diverso. Pulii il garage di mio padre, ed ebbi come ricompensa i soldi per compare un disco. Niente più speaker a inquinare le pause fra una traccia e l’altra. Niente più scossoni o distorsioni. Una cassetta che durava circa cinquanta minuti. Era il 1995 e trovai la mia ossessione. Si chiamava “jagged little pill”. Era davvero musica per le mie orecchie. Perché la rabbia di quella ragazza, andava parallela a un’inquietudine che io provavo. Erano sentimenti probabilmente diversi, ma che venivano a galla nonostante tutte le remore e le resistenze.
Alanis Morissette divenne i mio cristo segreto. Da ascoltare. E ogni cosa mi circondasse, pareva essere già spiegata in quelle tredici canzoni. Da lì a poco mi sarei innamorato. Avrei finalmente scoperto angoli di me fino ad allora solo immaginati. Quel disco, quella musica fu come il mio training.
Negli anni successivi ho provato altre passioni simili. Ho consumato cd interi, che oggi suonano in maniera piuttosto discutibile. Ma nessun’altro disco ha provocato lo stesso impatto in me. Era l’esatto suono della mia libertà, della mia emancipazione.
Dopo dieci anni Alanis ha rieditato quel suo primo lavoro, in maniera morbida. Rendendo un suono acustico a quelle parabole. Io l’ho scoperto solo da poco, meravigliandomi anche di questo. Posso dire che quel che è seguito a jagged little pill, non era del tutto apprezzabile. Il classico caso in cui gli esordi hanno un significato, e quel che viene dopo è il faticoso affanno verso la conferma perenne. Difficile che fosse così facile. Io fui solo uno dei ventiquattro milioni di persone che comprarono quel primo disco. E capisco sia probabile scontentare qualcuno, nel cammino che prosegue.
Alanis, comunque, mi ha insegnato a intendere ogni cosa che ci accade, come un insegnamento. A non temere che la fiducia manchi, il giorno in cui ci sentiremo solo sfortunati. A quindici anni ho imparato come tutto accada per qualche ragione, e che da quella ragione si possa fare risorsa.
Così, per l’ennesima, mi rendo conto di quanto abbia ragione. Nell’aver superato un’altra boa, nell’aver misurato il mio amore, e fatto vibrare la nota che può raggiungere nella sua estensione.
E come imparo io, impara anche lui. Quel lui di cui tanto parlo. E che mi è così vicino.
Gli amici si raccontano, e io ascolto. La lezione è sempre la stessa. Fatta di cose piccole, su molte delle quali il nostro mondo si regge in piedi.
Stare insieme, dividersi, spiegare, è una lezione per tutti. La sola traccia, che commuove e tiene strette le mani attorno alla vita dell’altro, è la voglia di imparare, ignorando la fatica. Finché si può.

You live, you love, you cry, you lose, you bleed, you learn.

Wednesday, April 04, 2007

Back to me


Mi sentivo oppressa dalle coperte pesanti del mio letto. Lo stesso letto dai pomelli rotondi, dentro il quale ero cresciuta. Ma non abbastanza. Non ancora, almeno. La notte non copriva la paura. Il bruciore delle tempie. Pensavo all'inganno, a quanto mi sentissi imbrogliata dentro la sua bugia. Eppure. Eppure l'avevo sentito piangere. Cos'era esattamente? La forma perfetta del suo sesso nascosto dalle mani. Era la mia stessa forma, protetta, interna. Precisa come una malformazione non potrebbe essere. Un taglio esatto, e incomprensibile.
Marte, aliena e ruvida specie di sagittario. Una bestia celeste. Un mostro.
Quella notte il mio naso rimase chiuso, premuto sul cuscino. Fissavo il buio, cercando di prendere sonno. Mi sentivo legata a quell'umore, come mai prima di allora. Cos'era esattamente? La riva di un mare nero, dentro il mio primo sogno. Un mare dove i pesci mordevano le caviglie, fino a deturparti l'anima. Un mare di sconforto, di abbandono e solitudine. Era la mia speranza, la caduta libera verso l'inesplorato. Sulla superficie galleggiavano brandelli di corpi umani. carcasse di donna e di uomo, fusi insieme in alchimie impressionanti. Un pesce rabbioso mi raccontò all'orecchio che Marte era il re di quel mare scuro. Sedeva su un trono fatto di diverse combinazioni. E sdegnava le mie grida di aiuto.Il giorno mi svegliò, lasciandomi dentro l'inquietudine, come un odore. Nuovo.

" Amore... hai dormito male? Sembri sconvolta....
" Solo un brutto sogno, mamma...
Pesavo la realtà e il sogno. Sicura di cosa fosse peggio. La mia fuga mi aveva portato dentro la vita di sempre. Potevo dimenticare forse. Eppure il suo pianto, mi lasciò dentro l'eco. Un collare a strozzo che mortificava i miei slanci, verso i soliti amici, il solito lavoro, le solite attese.
" Che programmi hai oggi Lidia?" chiese mia madre, sbucciando un'arancia.
" Passo in studio... poi vedo!
Ogni parte di me, anche la più piccola, si convinceva che avrei sofferto. Spalmavo sul pane confettura di albicocca. Lucida, quasi brillante, rifletteva il mio viso distorto. Tornata nel mio mondo anch'io come aliena. Sembrava tutto diverso, scomposto. Troppo silenzioso.
Iniziò a nevicare. I passi corti dei bambini, i tetti umidi, le ore brevi del giorno, ognuno di noi si preparava alla posa dell'inverno. Io fremevo, come ali di cicala sulle mie palpebre.

Tuesday, March 20, 2007

6


Sei.
Era caldo. E avevo una birra fra le mani. Un bicchiere di cartone che scivolava tra i palmi di mano, umidi. Sei mesi che sei qui, tra le mie cose.
In questo frattempo, i bambini di prima elementare hanno imparato a leggere, a scrivere e far di conto. Questo tempo li ha alfabetizzati, consegnando loro la possibilità di un futuro; glielo promette. Questo frattempo ha educato anche noi, a un tipo di alfabeto diverso, obliquo rispetto al solito ABC. Non penso sia poco. È tempo che è corso veloce su di noi, ma che a me è rimasto dentro. Ora che ci sei, non mi è mai sembrato scontato che mi stessi accanto, che mi sopportassi, e che allentassi il giogo delle tue resistenze, lasciandoti andare a me.
I miei occhi su di te hanno imparato a essere diversi; e a volte diversi sul mondo intero, proprio attraverso te. E per questo non ho parole che suonino più forte di un grazie.

Sei ancora la mia risata più bella.

Wednesday, March 14, 2007

Mi familia


Mi familia. Sconclusionata per volontà. Girotondo di anime in disordine.
Viviamo tutti, o quasi, in una piccola ombra del mondo. Le nostre case di legno tarlato, e televisioni piccolissime. Caffettiere annerite e tazzine sbeccate. Squat con addosso magliette a righe, orizzontali come i destini, e allstars color fruittella ai piedi. Amici del mio tempo, che ho cercato dietro gli angoli di ogni tragitto. Condividiamo lo stesso orizzonte. Le stesse belle speranze del giorno che sorge. Inermi, stesi sul parquet, in una sera qualunque; ci troverete lì, a sognare notti più morbide. Cresciuti in angoli diversi, dal mondo nascosti. Questo nostro chiostro è l’esatto altrove che abbiamo immaginato, progettando la fuga dai nidi materni.
La mia gente spera bene. E con l’amore ci proviamo. Concorrenti a staffetta, di un imprevisto percorso a ostacoli. Sigarette spente a ore profonde, di quel buio che ci spaventa. Che ci riguarda. E il cicaleccio di tutti i consigli da inzuppare nel tè. Sbricioliamo abbracci privati sopra qualche singhiozzo che dimenticheremo.
Ricordiamo invece il sapore della solitudine. Un sapore amaro sulla punta della lingua, per tutti gli anni in cui ci siamo mossi tra gli occhi chiusi degli altri.
Oggi è invincibile l’attenzione delle braccia tese oltre ogni delusione. Ed è famiglia, quella che vedrete sedersi a una tavola. È una famiglia quella che si riunisce attorno a un letto d’ospedale. È ancora una famiglia, quella che sventola un fazzoletto al binario del treno, prima di una partenza.
Nessuno di noi ha avuto fortune sfacciate, ma siamo miracolosamente in equilibrio. Ognuno di noi ha qualcosa da ingoiare, ancora. Ma siamo tutti sotto il sole, a goderci il nostro tempo da perdere.
La mia posse, segreta a un altro mondo, che ignora. La mia gang, che semplicemente conquista il terreno di un futuro già meritato.

Friday, March 09, 2007

Oltre il mio inverno


Scrivere di nuovo. Succede davvero. Come tornare a casa. E fermarmi un attimo. Guardare intorno, con le valigie ancora chiuse in un angolo.
Come state?
Le suole delle mie scarpe sono un poco consumate sul bordo. Ho camminato in tondo, chiudendo gli occhi per perdere l’orientamento, il senso del tempo. E ho fatto tardi.
Mi capita che, quando i miei pensieri sono in corto, ho paura di mettere per iscritto la mia vita. Che possa rimanere così aria, da respirare; ma che forse non esiste davvero. Nego a me stesso la verità, finché una parte di me non si ribella. Quindi sì: a chiunque me l’abbia chiesto, rispondo: ho avuto delle cose da sistemare, un viaggio da fare, sonno da perdere in lunghe notti. Da qualche parte ho letto che le vere distanze, i veri percorsi inerpicati, sono quelli che dividono le persone. Ho colmato quel vuoto, quei passi e la loro fatica.
Ed eccomi qui. Di nuovo.
Ma non come prima. Ho imparato qualcosa sul destino, sulle scelte, su quei brevi momenti in cui puoi decidere davvero. E la responsabilità è una brutta bestia, una maschera sfigurata che abbiamo dentro, una delle tante sembianze di noi che appare allo specchio di sorpresa. E il momento suggerisce il da farsi. La voce del grillo parlante… ovvero il desiderio che emerge sulla paura del fallimento.
E se fallissi? Se ci si sbaglia? Ci si può perdonare? Il fiato corto di una rincorsa alla perfezione, forsennata, cosa ci lascia? Noi, noi tutti, solitudini imperfette, facciamo quel che possiamo. E io posso fare quello che ho fatto. Rimanerti accanto, e cercare di essere il meglio. Ma se non posso, o non potrò, voglio una cazzo di consolazione, che mi asciughi le spalle dal peso.
Ho avuto il mio inverno, sotto questo strano sole caldo. Ho avuto il mio gelo, che sgocciola dai tetti.
E ora che sono a casa, non disferò le mie valigie. Dentro ci sono solo mille inutili coperte pesanti. E tu, mi hai promesso giorni da tropico.

Thursday, February 15, 2007

Quietly Medea.

Dimmi che resisteremo. Dimmi che questa notte potrebbe essere lunga abbastanza. Il piumone ci si arriccia sulle gambe. Ho visto quello sbaffo di cacao sulle tue labbra. Dove hai messo l’ultima fetta di torta?
Mi dispiace per le cose dette. E non parlo solo dei dubbi. Ma anche per tutte quelle cose che profumano di certezze. Devo smettere di contare le volte in cui infrangi le mie regole. Tu hai le tue.
Il gioco, il nostro.
La mia Medea intercostale si è seduta al buio della sua tana, a destra del mio cuore. Si è arresa alla quiete della scorsa notte. Le mie scarpe sono ancora sporche per le battaglie varcate. Ricordo ancora il rumore di una porta che sbatte, mentre corro giù per le scale, mentre scavalco le belle speranze di un amore ammaccato. Quel momento è così lontano da noi oramai. Tu ancora non esistevi, ma Medea resiste da allora. Medea si è sempre agitata nel suo cerchio di passi e sospetto.
Dammi l’amore disordinato, senza tempi da rispettare, senza premure da manuale.
E io lo prenderò, così com’è. Lo vorrò migliore forse ogni tanto. Magari ancora qualche volta ti farò il muso, e tu mi farai il verso, strappandomi una risata contro la mia volontà. Farai finta di non ascoltarmi. Ma non sentirti in difetto se crederai che non basti. Non ti ho mai detto che è più di quanto potessi sperare.
Ho le mie ferite. Le hai viste e ti sei preoccupato. Se non hai fatto nessun passo indietro, è perché hai avuto coraggio. Sono ancora in grado di riconoscerlo.
Perché siamo un casino. Sia io che te. Perché ci siamo incontrati, e questo ha un senso.
Non tutto deve essere perfetto; mi basta solo che sia nostro.


Senti che fuori piove… senti che bel rumore.

Monday, February 05, 2007

Ogni mia cosa


Ogni mia cosa adesso è per te.
Perchè mi fai più gola di un panino di McDonald. (con sesamo e lattughina anche)
Perchè se ti mordo, sei felice che io sia così ingordo.
Perchè se ti stuzzico, tu diventi alquanto buzzico.
Perchè se ti bacio, pensi che io sia anche macho. (questa poi!)
Perchè se ti vengo a trovare, tu a casa non mi vuoi più accompagnare.
( che mi tocca prendere l'autobus...).
Perchè quando facciamo l'amore, lo facciamo per delle ore!
Perchè la mia musica tu non la puoi sentire, ma fai ugualmente finta di gradire.
Perchè non so cucinare, e qualunque sbobba, col sorriso, ti tocca mangiare.
Perchè di me non ti vergogni, anche se ne dico di ogni.
Perchè fai sempre il gesto di voler sparecchiare, anche se i piatti alla fine non li vuoi mai lavare.
(oh per dire... mai manco una volta, neppure per sbaglio!)
Perchè mi hai regalato un anello, uno vero, che si mette al dito e non sul pis...
Perchè mi baci sempre alla mattina anche se il mio fiato sa di cantina.
Perchè dai i voti ai miei rutti, anche se rispetto ai tuoi sono sempre più brutti.
Perchè mi abbracci forte, anche se hai le braccine corte.
Perchè non mi dai mai retta...
perchè sei la mia POLPETTA!!!

Perchè sei come pura vita che mi è venuta incontro di corsa,
e innamorarmi di te è stato inevitabile, come un singhiozzo.
... e fanculo la rima!

Wednesday, January 31, 2007

Post al futuro.

Oggi è il 31 gennaio 2017.
Non ho mai visto un inverno freddo come questo. Da anni i media ci preoccupano con la minaccia della desertificazione. Eppure Bologna oggi si è svegliata sotto un mantello di neve a maglie strette.
Sarà il tempo, oppure i miei trentasette anni suonati, ma in questo momento ho uno strano senso di malinconia che mi pervade.
Misuro a piedi scalzi la mia casa. È come se ci vivessi da sempre. E invece non è ancora mia del tutto, e i tempi in cui stavo in affitto in fondo non sono così lontani. L’uomo con cui vivo, di cui vi parlo spesso, è il mio compagno. Ci siamo sposati quattro anni fa, e ciò che ci unisce è l’indomabile paura di perderci, di non riconoscerci più, impegnandoci affinché questo non accada mai. Guardo quello che abbiamo costruito. La nostra vita è diventata come speravamo. Abbiamo fatto in modo che tutto ci somigliasse. Che ogni espressione alla quale ci affidiamo, ogni gesto che ci riguarda, appartenesse a entrambi; raccontasse di noi.
Abbiamo faticato perché le nostre famiglie capissero, accettassero. E a guardare indietro, adesso, sembra incredibile che ci siamo riusciti davvero. Da quella inutile legge di dieci anni fa, che tentava di non scontentare nessuno, oggi ci sembra ancora così incredibile, pur ricordandoci l’emozione di quel referendum; il momento in cui potevamo permetterci di considerarci davvero una famiglia. Negli ultimi sei anni siamo stati invitati a una quantità di matrimoni davvero esorbitante. Il primo a raggiungere la vetta è stato Matteo, la mia vecchia sister. Noi ancora oggi lo chiamiamo: la pioniera. Ricordo di avergli sentito dire sì, e di aver sperato che un giorno capitasse anche a me. Poi il mio uomo, in altri tempi futuri, mi avrebbe tenuto stretto una sera d’estate, in Sardegna davanti al mare. Abbracciandolo gli avrei detto che per me andava bene, che non potevo dire che sì, anche io, e promettergli ogni cosa. In questi ultimi anni ho visto amici lasciare la città, per seguire il proprio amore oltremare, o cercare fortuna in paesi stranieri. Mi meraviglia e commuove, contare nella matematica semplice, di cinque dita, come ognuno di noi se la sia cavata. E pensare che ci davano per dispersi, per reietti. Mi accorgo anche di come le nostre madri abbiano smesso di preoccuparsi, e abbiano iniziato a essere fiere di vederci col fiatone, e chiusa nel pugno la nostra meritata felicità. Chi di noi in qualche modo non si è sentito un soldato, per coloro che verranno?
Che mondo era quando tutto era proibito? Quando le coscienze di inchinavano davanti a un segno della croce? Che mondo era il nostro, quando la ricerca faceva a meno delle cellule staminali? E che mondo sarebbe stato invece, senza i figli nati oltre l’amore, per mano della scienza? Che mondo poteva essere se l’HIV avesse continuato a graffiare? Penso a cosa sarebbe oggi la mia famiglia se il cancro non avesse trovato una cura.
Mi piacerebbe che il mio terzo romanzo parlasse di questo. Della fatica di noi guerrieri che siamo sopravissuti in quella lunga notte che facciamo fatica a dimenticare. Mentre la neve cancella le tracce, e il tempo ignora ancora una volta l’ignoranza, la diffidenza, la paura per quel che ancora non conosciamo.

Tuesday, January 30, 2007

Friday, January 26, 2007

L'inciucione


Ed eccomi qui!
Prima che lo diciate voi, lo dico io! I colori di questa foto, compresa la saturazione e contrasto del tutto, sono stati "leggermente" rivisti! Ma insomma, abbiate pazienza! Ho finto di essere un figaccione, che in qualche modo dovevo pur tener botta!
E giunto all'ultimo stadio di esposizione di me... beh ecco... sono contento di dirvi che dietro a tutte le parole lette fin qua, dietro alla mascherina da lingualunga, c'è questa faccetta seria e questo baffetto sparvierissimo... che ha cercato come può di assumere un'arietta sexy e truce, nonostante la calura di quell'assolatissima mattina di mare.
Contenti?

Tuesday, January 23, 2007

Io e Cosetto

Io e il mio Cosetto ci conosciamo da una vita. È uno dei miei più vecchi amici e siamo cresciuti insieme, nel vero senso della parola! Qualunque posto del mondo io abbia visto, e qualunque casa io abbia abitato, lui è sempre stato con me, rintanato in un cantuccio ma sveglio. Quando eravamo piccoli lo tiravo in continuazione, ovunque mi trovassi. Mio padre un giorno se ne accorse, mi prese da parte e mi disse che non era una cosa carina da fare. Qualche anno dopo scoprii che quel che mio padre intendeva esattamente era: tiralo se vuoi ma evita di farlo in pubblico!
Mi piace Cosetto, perché è testardo e a volte decide per me. Quando ha visto dal vivo una Cosetta, e parliamo di dieci anni fa, mi ha guardato e ha detto: “Ma è brutta, e poi cos’è questo strano odore! Beh se mi passate un phon al massimo le faccio una piega ai capelli!”. È che quando si mette un’idea in testa è difficile distoglierlo.
Mi è sempre sembrato un piccolo bimbo, cicciotello con le braccia cortissime, quasi invisibili. È un abitudinario, dorme sempre rivolto verso destra, di sveglia prima di me e sta ore sotto le coperte a stiracchiarsi.
Ha un animo socievole. Quando ho lasciato il fidanzato anni fa, e ho cambiato casa, lui mi ha guardato dritto in faccia con quel suo occhione a mandorla e mi ha detto: “è tempo di farsi nuovi amici”. Adesso ci troviamo a sbracciarci in un grande girotondo, ancora più grande della tim tribù (alla faccia di farci nuovi amici!). Mi piace anche perché non serba rancore, a differenza di me. Mentre io con qualche persona faccio fatica a scambiarmi perfino un semplice ciao, lui è in genere più mediato. Nel senso che una strusciatina per lui risolve qualunque genere di dissapore. Come i gattini quando reclamano cibo, che prendono a testate i padroni, anche Cosetto, quando decide dove andare, insiste al punto che è difficile dissuaderlo. In genere sta simpatico a tutti o quasi. È di animo generoso e per questo motivo si fa voler bene.
E poi è un chiacchierone. Adesso vuole stare sempre in compagnia del Cosetto di Luca. Una volta li ho sentiti. Io e Luca stavamo dormendo e loro a bassa voce si mettevano d’accordo. Sono scivolati giù dal letto e hanno aperto il frigo. Hanno piluccato qualcosa e poi si sono messi a fare lo scivolo d’acqua nel lavandino del bagno. E ridevano come matti. Sono diventati grandi amici. E se non si vedono per una sera, si telefonano e sghignazzano per i fatti loro.
Sempre insieme io e lui: siamo una squadra. Io voglio bene al mio Cosetto e…. guai a chi me lo tocca! Ahahahahahahahah (ma siamo seri! Altroché guai!).

Thursday, January 18, 2007

La mia mamma

Mia madre è bionda, pelle di porcellana bianca e occhi grigio ghiaccio. Che a guardare me, geneticamente Calimero, sembra piuttosto improbabile io spartisca alcun cromosoma con lei. Ma in realtà ci assomigliamo. Lei sembra un’attrice francese, dotata di una inquietante rigidità alquanto morbosa. La classica faccia da killer. Guanto di pelle nella borsetta e rossetto vermiglio sulle labbra.
La mia mamma guida sempre e solo in seconda. Sa bene che ci sono altre marce, ma dice che lei tanto va piano. Un giorno, sono sicuro, la vedremo decollare come sopra un elicottero. La mia mamma è un’ottima cuoca, peccato però che le abbiano diagnosticato il diabete qualche anno fa, e mò sticazzi che cucina cose golose e succulente come una volta. Presenta alla famiglia piatti rigorosamente ipocalorici. Anche a Natale i dolci li vediamo solo se guardiamo la Clerici in tivvù.
Mia mamma ha messo al mondo tre figli, e li ha visti andare via di casa, uno dopo l’altro, e seguire ognuno la propria strada. Ora dice di sentirsi un po’sola. Ma di nascosto secondo me tira un sospiro di sollievo e gioca la parte della chioccia senza più ragion d’essere.
Mia mamma fumava fino agli anni ottanta. Qualche sigaretta alla sera. Ha ripreso superata la metà dei novanta. Spipacchiava di nascosto, chiusa nel suo bagno. Aveva paura che mio padre si imbufalisse, cosa che poi effettivamente accadde. Io allora avevo sedici anni o giù di lì. Lei ha saputo solo dopo qualche anno che anche io lo facevo, seduto per terra nel terrazzo della mansarda. A pensarci ora, avremmo potuto avere un’occasione di complicità, che invece ci è mancata.
In quegli anni le dissi di essere gay e lei rispose una cosa simile al: “ E che credi, che non lo sappia?”. Oggi nega di aver detto una cosa del genere. Come fosse possibile che un adolescente dimentichi il momento del suo coming out. Eccerto!
Mia mamma adora riferirsi a sé stessa in terza persona. Un po’ come il papa. La mamma ti ha detto, la mamma ti ha fatto, su coraggio dillo alla mamma, accompagna mamma qua, fai a mamma questo favore etc etc. Da qualche mese esiste la versione: Nonna. La struttura è comunque la stessa.
Vedo mia madre tre, al massimo quattro volte l’anno. Lei non viene quasi mai a trovarmi: dice di avere paura di quel che può trovare in casa mia! Io la sfotto ma sappiamo tutt’e due che esiste un famoso scatolone, che viene prontamente deposto in cantina ogni qual volta lei atterri a Bologna.
Capisce sempre qual è il mio umore. E intuisce al volo quando mi innamoro. La frase è sempre la stessa:
- Dì la verità a mamma: c’è qualcuno per lo mezzo?
Non mi riesce di negare più di due, al massimo tre volte.
Quando due anni fa ho lasciato il mio ragazzo, e la mia convivenza si è mestamente arenata, mio fratello mi ha confessato di averla vista piangere. E adesso?- si domandava!
Quando le ho confessato il reale motivo del perché avessi deciso di concludere la mia relazione, lei, senza fare una piega, ha allontanato il ciuffo biondo dagli occhi, e senza guardarmi ha chiosato così:
- Ma non mi dire… sembrava tanto un bravo ragazzo… che razza di stronzetto!
Non ne abbiamo mai più parlato.
I miei fratelli sostengono che, più io cresca, più io stia diventando come lei. E la cosa onestamente mi fa paura.
Lei, mentre mi portava in grembo, sognava di partorire una bambina, e di chiamarla Emilia. Io in emilia alla fine ci sono andato a vivere, e direi che non è l’unico aspetto verso il quale ho cercato di accontentarla. Ma ho il dubbio che lei non sia tanto entusiasta quanto me di tutto ciò!
Beh, peccato!

Monday, January 15, 2007

Meraviglia

Mi meraviglia che il tempo passi così in fretta. Mi meraviglia scoprire di avere ancora un biscotto in fondo al barattolo. Mi meraviglia che per qualche ora il sole asciughi la nebbia alla mattina. Mi meraviglia una telefonata di mio padre, per sapere come me la cavo. Mi meraviglia prendere sonno subito dopo cena. Mi meraviglia che Britney Spears non abbia deciso di mettersi a dieta. Mi meravigliano le lacrime di un amico sulla mia maglietta, che si asciugano lente.
Mi meraviglia moltissimo rileggere le mail di due anni fa, e non riconoscermi affatto. Mi meraviglia questo cuore che si riscalda ancora e scoprire che mi piace il rumore che fa. Mi meraviglia ogni volta vederti sorridere mentre ti sveglio a suon di baci sugli occhi.
Mi meraviglia sempre vedere Alghero dall’aereo che atterra. Mi meraviglia che i miei vicini non si lamentino del volume della mia musica.
Mi meraviglia leggere le mie cose tradotte in altre lingue. Mi meraviglia sapere che qualcuno si commuove per qualcosa che ho scritto. Mi meraviglia da tanto contare quelle poche persone che ci sono sempre per me, e trovarmele affianco da una vita o quasi. Mi meraviglia sapere che voltare pagina non è così difficile come si teme. Mi meraviglia avere la sensazione che qualcosa di grande e importante stia per accadere. Mi meraviglia sentire che le giornate si stiano lentamente allungando. Mi meraviglia che i saldi siano già praticamente finiti. Mi meraviglia che tu pensi di infastidirmi mentre dici: “che bono quello”, a qualcuno che sta in tivvù; più o meno quanto mi meraviglia scoprire che in effetti un po’ mi infastidisce.
Mi meraviglia pensare che il mio fratellone si sposi a settembre. Non mi meraviglia vedere mia madre che già da di matto.
Ogni tanto mi meravigliano i miei pensieri, i miei sbagli, le cose che dico e le cose che mi sento dire. Mi meravigliano gli alibi e le dita delle mani dietro le quali nascondersi. Mi meravigliano le cose inaspettate che accadono, alle quali lentamente ci si abitua, ma con piacere. Mi meraviglia quando qualcuno si salva per mezzo della rinuncia. Mi meraviglia il coraggio altrui.
Mi meraviglia rendermi conto che c’è sempre una probabilità per tutto, e che niente sia dato per scontato. Mi meraviglia chi ha imparato così bene il mestiere di vivere.
Mi meraviglia e mi conquista constatare quante cose l’amore muova.
E mi fa stare bene, stare qua e attendere i giorni che abbiamo davanti. I giorni futuri che si vedono già come onde alte sulla linea dell’orizzonte.

Wednesday, January 10, 2007

My day and the play

Ovvero: Canzoni per fare le cose.

Apro gli occhi col piumone ancora fino al naso, e il mio Ipod suona Paolo Nutini- These streets.
Mi faccio il mio caffè, un po’ più lungo di quelli che seguiranno, mentre suona Joan APW- The Ride.
Poi accendo il pc, e dalle casse mi viene addosso Trust me dei The Fray, a volume alto che tanto non mi sveglio mai tanto presto. I miei vicini (tutti e dodici) sanno che ora di pranzo solo se sentono questa canzone.
La prima paglia della giornata ha diverse varianti: ne conto almeno tre:
*Charlotte Gainsbuorg -5:55.mp3
*The Tellers –Second category.mp3
*Albert Hammond jr -101.mp3
Poi la doccia, e sfido il freddo con coraggio, mentre Pink batte pesa U and Ur hand. Se l’acqua è perfetta e mi trattengo in bagno, non corro rischi. Il media player sa di dover procedere oltre. Magari coi Red Hot –Tell me baby. Cantata a squarcia gola, senza affogare nella doccia per aver bevuto troppa acqua magari. Non se lo meritano di avermi sulla coscienza.
Poi:
al telefono con The Kooks –Naive. Accetto senza difficoltà anche la cover di Lily Allen, decisamente più minimale e indie.
Scrivo con Ludovico Einaudi…. Suoni a caso. (li ho tutti)
E ovviamente Jay Brannan, con Soda Shop o altrimenti anche Half boyfriend. Ma di Jay metto su davvero tutto, di quel poco. E se lui è bravo e si sveglia presto in quel di NYC, magari suono la sua musica mentre chiacchiero con lui su msn (eggià….. succede anche questo).
Poi, per fare l’amore nel prima e dopo (durante preferisco altra musica), put the coin and:
*Christina Aguilera –Dirrty.mp3
*Joan Wasser _Sweet thing.mp3
*Counting Crows –Colorblind.mp3
*Dave Mattews Band & Soulive _Joyful girl (Ani di Franco cover).mp3
*Juston Timberlake –Sexy back.mp3
*Lionel Ritchie and the Commodores –Easy like Sunday morning.mp3
*Orson – No tomorrow.mp3
*Regina Spector –Fidelity.mp3

A notte fonda, quando ogni cosa è immobile, torno al mio Ipod... e mi lascio andare con i Negramaro e la loro preziosissima Solo per te. E Anthony, mi fa sparire il giorno sulle ciglia socchiuse. You are my sister, Bird guhl, For today I’m a boy….
E buonanotte.

Tuesday, January 09, 2007

Più 30 che 20

Facile a dirsi. Come quando si approssima in matematica, che, superato il decimale del cinque, si arriva al conto superiore di un’unità. Già dai venticinque anni e mezzo, si è orientati alla decina del tre davanti. E quella è determinante. In realtà la tua vita va avanti come sempre. È piuttosto la coscienza che ne risente. Quando fai le tue solite cose, pensi che sarebbe il caso di smetterla. Come per esempio fumare. Io sono da tre anni che mi ripeto che a trenta smetto. Motivo questo per cui io abbia deciso di avere ventotto anni almeno almeno per i prossimi sei anni.
Poi, il trentenne va a ballare, ma non si lancia in pista per primo. Magari si avvicina al bar, a bere una birra, che i super alcolici non li si smaltisce più come una volta. Quando si hanno vent’anni si salta da una parte all’altra della pista, si ancheggia e si seduce il pubblico. E lo stesso ventenne, ma a trent’anni, quando e se messo in mezzo, si ritrova per caso su un cubo per il compleanno di un amico, preferirebbe che terra madre lo inghiottisse, masticandolo anche, o che Iddio lo chiamasse a sé in quell’esatto istante, anche per fargli pulire le scale del regno dei cieli ( che chissà quante sono… voglio dire, fin su al cielo addio proprio!).
Poi, altra cosa che i trentenni fanno ma, insomma mangari anche no: baciarsi avidamente in pubblico!
Quando si hanno vent’anni si fanno le prove di bacio artistico sull’anta dell’armadio prima di una serata. Magari con in cuffia un pezzo, per allenarsi a seguire il ritmo giusto. Dancefloor lemons. A trent’anni, se conosci uno in un locale, e lui tenta di baciarti, cerchi un angolo buio. E si smentisce sempre! Io? Quello? Un bacio! Ma va! Macchè lingua!
I trentenni non ballano alla moda, non conoscono quasi più le hit, e se tentano di cantare sopra un pezzo che conoscono, finiranno per sbagliare il testo. I ventenni in genere, quando fanno da contorno a queste scene ( e ce n’è sempre qualcuno attorno), sono capaci di ricoprire di pietas e commiserazione il trentenne con un solo colpo di spalle voltate (Immaginateveli, con magari ancora tutti i loro capelli in testa… che stizza!)
A me è capitato che un bellissimo ventenne di cui non farò il nome: Matteo, mi dicesse che gli garbavo, ma che ero in sostanza troppo vecchio! Io vecchio? Strana la vita. I miei genitori sospettano di me perché troppo ragazzino, e chi è ragazzino davvero, non si fida di me perché troppo vecchio. I trentanni o quasi sono la terra di mezzo.
A trent’anni non hai più gli sconti in aereo, e se per caso fortuito ti capita di essere ancora uno studente, le cassiere del cinema ti fanno il terzo grado per darti la riduzione del biglietto all’ingresso. A vent’anni conoscevo tutti i pr dei locali giusti; con un gesto mi si aprivano le porte. Adesso i pr sono tutti dei bimbetti un filo esaltati, che quando ti vedono ti dicono: aspetti un attimo e la faccio entrare. Sottolineo che mi danno del “lei”, e non nel mio senso preferito! Sottolineo anche che quell’attimo fuori all’addiaccio non è mai un attimo, ma minimo quaranta minuti.
A trent’anni non puoi più diventare famoso se sai ballare o cantare, a meno che non eviri qualcuno in piazza, ballando o cantando non importa, che allora finisci al tiggì.
Se si hanno quasi trent’anni, non si fanno gli squillini per salutare gli amici, né tanto meno si scrivono sms con le kappa (quello manco a venti magari eh?). E poi a trent’anni non è più possibile pagare le bollette sempre in ritardo, né non avere una minima idea politica.
E se si è fatto prima con la massima incoscienza… se a trent’anni scopi senza preservativo sei un emerito coglione.
E poi a trent’anni magari la smetti di mettertene troppe, su quello che potresti o non potresti fare. Man mano che si invecchia, molte cose si dovrebbero rivalutare: prima fra tutte… il senso della vergogna?
(…. Magari…..).

Thursday, December 21, 2006

Letterina a Babbo Natale "BIS".

Hey Babbo
Ma come? Non l’hai ricevuta la mia letterina ad agosto? Certo che sì! Non ci credo che non sai chi sono. Dai, Babbo… ti ricordi quando ero cicciotello con l’apparecchio ai denti, con tutti quei capelli arruffati? Beh sono ancora io, sai? Capisco non sembri, ma fidati! Ora, ti avevo chiesto un fidanzato come regalo, con largo anticipo rispetto a tutti quei luridi mocciosetti egoisti di mezzo mondo ( perché i bimbi dell’altra metà di mondo o non sanno chi tu sia, o sono troppo impegnati a non morire). E tu che hai fatto? Me lo hai fatto arrivare… in un bel pacco argentato alto un metro e settanta, gonfio gonfio e stretto in vita da quel bellissimo nastro rosso… una caramellona insomma! Sai Babbo, volevo dirti che hai fatto un ottimo lavoro. Il fidanzato è davvero come lo volevo, proprio così. Sa cucinare, non mi rompe le scatole se ho un calzino bucato, mi coccola se ho freddo e mi sbaciucchia finchè una qualunque preoccupazione non mi passa! Poi ci hai messo del tuo credo! Perché immagino sia merito tuo se sa fare massaggi come una delle migliori sbarbe orientali; così come sulla questione della generosità e della premura che riserva per me, sempre. Oh Babbo… mi sa che il moroso gay è l’articolo che fabbrichi meglio… questo mettilo nello sponsor pieghevole illustrativo!
Però, cazzarola Babbo…. La mia lettera comprendeva un bel “piesse”. Te lo ricordi?
Diceva: e poi Babbo, fai per favore che quest’anno non mi tocchi pagare le spese condominiali. Cos’è questo bollettino qua sotto il mio naso, Babbo? Eh? Me lo spieghi?
Le letterine si leggono fino alla fine. Ho capito che hai fretta di finire, e l’affanno di sbrigarti… ma io ti scrivo ad agosto apposta!
Comunque ti perdono… sei stato un grande a sto giro! Hai sentito di questa ondata di gelo in arrivo! Fai a modo e copriti. Che non sei più un giovincello.
E Buon Natale.

Come Buon Natale a tutti i miei lettori…
Su, venite qua, e diamoci un bell’abbraccio!

Monday, December 18, 2006

Incipit

The nun's bride


Spalle al muro, nuda. Mi guarda come non riuscisse a respirare o temesse il peggio. La luce del bagno, pallida e anonima al neon, la segna impietosa nel poco peso che vanta, e nei solchi dei suoi propri abusi. Le chiedo che pensa di fare, mi risponde che starà lì finchè la guerra non sarà finita. Le chiedo se ha voglia di dormire e mi dice che non potrebbe mai.
Ha la bocca socchiusa, e gli occhi non sono più i suoi. Si è persa, seguendo un coniglio attraverso porte sempre più strette. Ha creduto alle promesse, e si è tagliata i capelli corti. Gennaio pulsa come una strobo alla finestra, e le luci di questa città ci scivolano affianco, appena per poter riuscire ancora una volta a dare un nome al mondo.
Io sono la donna che l'ha salvata, e lei è la donna che mi porterà all'inferno. Mi dirà che quella è casa sua, e io disferò le valigie.
Io sarò florida come una sposa. Lei si drogherà ancora, e decideremo volta per volta chi potrà essere. Se il mio uomo, o la mia bambina da curare. Da piccola, sognavo di avere le trecce e un cavallo nel giardino. Oggi scavo la nuda terra; sbuccio la pelle di chi incontro per sapere se esiste ancora un qualcosa capace di uccidermi.
E lei è davanti al cesso, sporca come un gatto bastardo del vicolo quaggiù. Non so di che si è fatta, ma si sta consumando. I suoi contorni sono già più incerti. Mi ha confessato che avrebbe voluto farsi suora qualche tempo fa. Ha avuto la peste, la povertà che l'ha soprafatta. Non ha avuto la clemenza dei cieli, né il perdono.
Vorrei che morisse adesso, qua, in questo bagno gelido. Mentre la guardo. Sarei io l'unica testimone del suo passaggio.

Magari

Perché esce dalla pancia. Come la voglia di stringere nel palmo una qualunque maniglia, e tenerla ferma, perché nessuno entri. La sera qualcuno raccoglie i passi che portano fino a casa mia, e io allora tengo le finestre aperte, imparassimo mai a volare. Cosa rimane? Cosa ascolti quando poggi l'orecchio al muro? Non ti senti mai come se qualcuno infilasse la mano nella sabbia asciutta e afferrasse qualcosa di tuo, che magari ti è dentro?
E chi dice che i pazzi che parlano fra loro non siano meglio dei talkshow in tv?
Perché questo paese lo abbandoneremo tutti prima o poi, e lasceremo le case vuote e i rubinetti aperti. Cupole sommerse nei loro stessi cilici di pregiudizio. E noi? Beh nuoteremo, my little prince… in qualche altrove che ci consoli; che forse saremo in grado di inventare oltre le nostre stesse aspettative. Dove andremo al cinema, e magari mi terrai la mano.
E tu allungherai i caffè, e io fumerò svelto le mie paglie fino al filtro. E attorno avremo altri squot che si allacciano le allstar bucate, e i nostri tappeti lisi saranno il mondo che avremo conquistato. E il sabato ci abbracceremo in un qualunque mercato delle pulci. Tu cercherai qualche vecchio film in cassetta, e io magari un vinile che non suonerò mai.
E le coperte saranno sempre troppo corte per tenere i piedi al caldo, ma sarà pur sempre un nuovo mondo, con le orme dei nostri percorsi ben tracciate. Nessuno ce le ruberà. E le porte non avranno maniglie, e tutto quello che avremo ci sembrerà anche troppo.

Monday, December 11, 2006

Shhh!

Il letto al buio della notte. E attorno era solo silenzio. Alessandro si raggomitolava sotto la coperta di piume, e Luca gli si era steso accanto. Solo le luci di natale rimbalzavano dall’angolo, per i muri bianchi, senza dare fastidio.
I corpi pesanti e nudi, con i fiati della passione ancora appesi alle labbra. Entrambi aspettavano il sonno, che li facesse scivolare nell’attesa sospesa del giorno che si sente arrivare.
Un bacio sfiorato, la loro buonanotte muta.
E spalle su cui poggiare il mento, chiusi a cucchiaio l’uno sull’altro.
La barba sul collo, morbido solletico al quale ci si abitua, e il braccio di Luca sul fianco di Alessandro. Perché in una notte così non si può avere freddo, e neppure paura. Perché il tempo e le dispute, le distanze e il desiderio, hanno congiunto a ciascuna domanda la propria risposta.

Una bocca che si poggia sull’orecchio dell’altro.
Alessandro fece finta di dormire, e non disse nulla dandogli le spalle. Nessuna parola, nessuno sguardo avrebbe restituito il giusto, l’esatta metà della parte intera. E le ciglia chiuse si bagnarono in un attimo. Che parve immobile come i loro corpi. L’uno sull’altro.

(Non avrei mai potuto non scriverla, e non scriverla così. Poche cose, credo, meritano l’urgenza di essere raccontate. E io ne ho appena vissuto una)